Bernardo Dessau è una delle figure più importanti della storia della Fisica a Perugia, dove ha ricoperto il ruolo di professore universitario di Fisica Sperimentale dal 1904 al 1935, anno del suo pensionamento, e poi di professore emerito fino al 1949, anno della sua morte.
Nato in Germania da una famiglia di stretta tradizione ebraica, egli studiò fisica a Berlino con Helmholtz e poi si laureò con Kundt presso l’università di Strasburgo nel 1886 con una tesi sulla nuova tecnica della deposizione di film metallici per polverizzazione catodica (sputtering), pubblicata nello stesso anno sugli «Annalen der Physik und Chemie». Una volta completati gli studi, a causa di problemi di salute, scelse di venire a vivere in Italia e fu per un quindicennio assistente e collaboratore del più grande fisico italiano dell’ottocento, il prof. Augusto Righi, presso gli Atenei di Padova e Bologna, dove lavorò alla nascente telegrafia senza fili e fu anche testimone degli incontri con il giovane Marconi.
Nel 1904 vinse la cattedra di Fisica Sperimentale presso la Facoltà di Medicina di Perugia e dette quindi un grande impulso all’insegnamento della fisica sia dentro che fuori dall’Accademia, contribuendo anche ad arricchire la dotazione strumentale del Gabinetto di Fisica. Tuttavia, fu sprovvisto di un vero laboratorio per fare ricerca e fu poco valorizzato dalla comunità scientifica nazionale, cercando invano di trasferirsi in sedi meglio attrezzate. Si rivelò comunque un fine didatta e divulgatore, tanto che pubblicò un poderoso manuale di fisica in tre volumi che si diffuse in Italia e all’estero. Ebbe dunque fama di attento ricercatore, di didatta innovatore e di divulgatore nel campo della fisica, ma fu anche un fine intellettuale con interessi in altri campi del sapere, un costruttore di ponti tra identità diverse, un uomo giusto ancorato alle tradizioni familiari, ma capace di nuove sintesi.
La sua famiglia, composta dalla moglie Emma (che fu una apprezzata pittrice e xilografa) e dai due figli Fanny e Gabor, divenne anche un punto di riferimento per la comunità ebraica perugina, dando anche ospitalità a giovani che fuggivano dai pogrom dell’Europa orientale, ma seppe costruire rapporti di grande amicizia con la comunità cittadina e con esponenti di diverse tradizioni religiose e culturali di Perugia.
Durante il cinquantennio della sua attività scientifica Bernardo Dessau ebbe la fortuna di assistere da vicino alle strabilianti scoperte e novità sul fronte della fisica relativistica, della meccanica quantistica e delle telecomunicazioni, e ne restò affascinato. Ma sperimentò anche la mala sorte di essere scosso, a più riprese, dai terribili eventi storici e sociali che hanno caratterizzato la prima metà del novecento. Pur essendo diventato a tutti gli effetti cittadino italiano già nel 1895, nel corso della Prima Guerra Mondiale, egli fu discriminato e temporaneamente sospeso dal servizio in quanto persona di origine tedesca. Subì poi l’onta delle leggi razziali del 1938, fu radiato dal corpo accademico e dalla società italiana di fisica. Dopo l’8 settembre del 1943, riuscì a scampare ai rastrellamenti dei nazifascisti solo grazie alla solidarietà del medico e collega Fedele Fedeli, che lo nascose e lo ricoverò nella sua clinica.
Ne uscì piegato, ma non vinto, e conservò fino alla fine nobiltà d’animo, finezza di spirito e, soprattutto, curiosità intellettuale per come si stava evolvendo la descrizione del mondo fisico. E anche se, purtroppo, è andata perduta l’ultima sua opera dedicata a narrare questa evoluzione, rimane integra ed esemplare la sua testimonianza di “fisico, scienziato, maestro” (così volle essere ricordato sulla lapide della tomba, custodita nella sezione ebraica del cimitero monumentale di Perugia).
La vicenda di Bernardo Dessau ed il suo preminente ruolo per la crescita e lo sviluppo della Fisica a Perugia è ricordato da un grande pannello posto nell’atrio del nostro Dipartimento, accanto all'esposizione permanente della collezione di strumenti antichi di fisica che è stata allestita nel 2022. Nello stesso anno ha visto la luce un intenso documentario teatrale dedicato a Bernardo Dessau, scritto e diretto da Paola Tortora di Vintulera Teatro e interpretato dal fisico/attore perugino Alessio Stollo.
Note di redazione
La testimonianza è stata curata da Giovanni Carlotti, professore di fisica sperimentale della materia condensata all'Università di Perugia, che ha tracciato e divulgato le vicende biografiche di Bernardo Dessau.
Per approfondire:
Giovanni Carlotti: Bernardo Dessau fisico scienziato maestro. Da Bologna a Perugia tra i marosi del secolo breve, Quaderni di Storia della Fisica della SIF, n.31, pp. 33-65 (2024). DOI 10.1393/qsf/i2024-10126-x. Preprint disponibile in open access : https://arxiv.org/abs/2403.06113
Franca Focacci: Bernardo Dessau professore di fisica a Perugia, Perugia, Deputazione di storia patria per l'Umbria, 2012 disponibile on line open access https://zenodo.org/record/1318142#.ZCMFwHZByZQ
Lucia Bedarida Servadio fu una donna unica: la sua lunghissima vita ha attraversato l’intero novecento, passando attraverso due guerre mondiali, la discriminazione prima e la deportazione nazifascista della madre e della nonna ad Auschwitz.
Dedicò tutta la sua vita ad aiutare gli altri ed i più bisognosi, come nel caso delle donne beduine e arabe del Marocco, paese che l’accolse quando fu costretta a scappare dall’Italia nel 1939.
Lucia nacque ad Ancona nel 1900 da una famiglia della media borghesia ebraica; i Servadio erano ferventi patrioti e nazionalisti: non a caso, il padre di Lucia si chiamava Cavour, e sua zia Italia. Cavour era un uomo di affari e, nel 1899, sposò la torinese Gemma Vitale, donna colta, che parlava francese e inglese, brava pianista, che amava dipingere. Gemma e Cavour ebbero cinque figli: la primogenita Lucia e a seguire Luciano, Lucio, Luxardo, Luchino. Tutti i nomi iniziavano con la lettera L, incipit della parola luce.
L’infanzia di Lucia fu agiata: decisiva nella sua formazione fu la presenza amorevole del padre, che, in un’epoca in cui le donne erano relegate in casa a ricamare, a suonare il piano e ad aspettare un marito, decise che la sua unica figlia femmina dovesse continuare gli studi, dando così un buon esempio ai suoi quattro fratelli minori. Lucia si diplomò a soli sedici anni; poi, fu mandata a Torino, dove vivevano i nonni materni, e decise di iscriversi a Medicina. Quella scelta fu dovuta a una ‘‘chiamata’’, giustificata da lei come una missione, in cui aiutare gli altri e sentirsi utile.
Gli anni universitari
Il primo anno universitario a Torino fu molto difficile per Lucia. Il padre decise così di trasferire tutta la famiglia a Roma, dove Lucia, nel settembre del 1917, si iscrisse al secondo anno di medicina. I suoi anni universitari romani furono belli e spensierati. Il 17 luglio del 1922, a soli 22 anni, Lucia si laureò a pieni voti con lode, diventando la più giovane dottoressa italiana. A Torino, durante una visita in un ospedale torinese, conobbe il suo compagno di una vita, Nino Vittorio Bedarida, che sposò alla Sinagoga di Roma il 12 Aprile del 1923. I due giovani si trasferirono a Torino, dove Nino lavorava come medico chirurgo all’Ospedale San Giovanni. In quegli anni Lucia aiutava il marito nella sua attività scientifica e di chirurgo e, pur avendo una vita molto piena e due figlie, Paola nata nel 1924 e Mirella nel 1927, si specializzò in radiologia a Roma.
Vasto
Nell’estate del 1930, Lucia si trasferì con le figlie e il marito a Vasto, dove il Prof. Paolucci, clinico chirurgo a Bologna e capo dell’Associazione Nazionalista italiana, aveva offerto a Nino il posto di chirurgo primario all’Ospedale Civile. Per quieto vivere, i coniugi Bedarida si iscrissero al PNF. Nino, che era stato decorato e capitano medico durante la Prima Guerra Mondiale, fu nominato Maggiore Medico della Milizia. Lucia fu nominata segretaria del Fascio Femminile, e iniziò a lavorare con il marito in ospedale come assistente in sala operatoria e come radiologa. Nino divenne anche medico delle Ferrovie e insegnava Patologia Chirurgica all’università di Bologna. Nel frattempo, i Bedarida si erano trasferiti a Pescara, anche se continuavano a lavorare a Vasto per permettere alle figlie di studiare al Liceo. Nel 1938, la loro vita venne completamente sconvolta dalle Leggi Razziali: Nino fu estromesso dall’ospedale di cui era primario, e le ragazze espulse dalla scuola. Lucia non poteva avere più un aiuto domestico in casa, fu esclusa da club e centri culturali.
I Bedarida ricevettero anche solidarietà e aiuto dai concittadini: quando le furono richieste le dimissioni da segretaria del Fascio Femminile, tutte le collaboratrici si dimisero in massa, e il Comandante della Milizia fascista, loro buon conoscente, li aiutò ad esportare diverse apparecchiature mediche e del denaro che consentì loro di poter esercitare altrove la loro professione. Decisero di emigrare, ed ebbero una promessa di visto dal Console dell’Ecuador, grazie al regalo di una forte somma di denaro. La promessa però non fu mai mantenuta dal Console, che all’ultimo momento gli rinnegò il visto. Fortunatamente, un ex studente del marito, il dottor Shakin, scrisse loro per dire che a Tangeri ci sarebbe stata una possibilità di lavoro. In quegli anni Tangeri era una zona internazionale, amministrata da sette nazioni, tra cui l’Italia, ed era considerata un posto sicuro per i profughi che scappavano dall’Europa nazista. Essendo cittadini italiani, poterono immigrare lì senza visto, con il riconoscimento immediato delle lauree italiane.
. I rifugiati venivano assistiti dall’American Joint Distribution Committee (JDC), un’organizzazione ebraico-americana che sin dal 1938 aveva aperto un ufficio per aiutarli sia economicamente che burocraticamente. A Tangeri l’ospedale italiano aveva vicino una Scuola Italiana, a cui si era aggiunto nel 1929 anche l’Istituto Tecnico e nel 1930 il Liceo Scientifico. Nel 1939, Nino partì da solo per vedere quali fossero le possibilità di lavoro; nel frattempo Lucia, rimasta in Italia, si preoccupò di vendere i due appartamenti che avevano e con i soldi comprare tutta l’attrezzatura medica chirurgica e i permessi di esportazione. Lucia fu aiutata da alcuni gerarchi fascisti che erano stati suoi pazienti e che le permisero di esportare tutto l’equipaggiamento medico per avviare una clinica chirurgica a Tangeri. Raggiunse quindi il marito a Tangeri per aiutarlo ad avviare la clinica, mentre le tre figlie rimasero provvisoriamente con la mamma di Lucia a Pescara. Il 18 ottobre 1940, dopo varie peripezie, Lucia riuscì a partire con le tre figlie; in Italia erano rimaste la nonna e la mamma di Lucia, che si rifiutarono di partire. Il 24 maggio 1944 una delazione rivelò ai nazifascisti la presenza di Gemma e Nina, rispettivamente di 65 ed 89 anni, in casa loro a Torino. Furono arrestate e deportate prima a Fossoli e poi ad Auschwitz Birkenau, per essere entrambe destinate subito alle camere a gas. A Fossoli, tra il 24 maggio ed il 6 giugno, Gemma scrisse otto biglietti e cartoline postali indirizzati a varie persone di sua conoscenza. Questi scritti sono stati donati da Lucia al Museo dell’Olocausto di Washington, a Memoria dalla ferocia nazista.
L’Esilio: Tangeri
Mirella fu protetta dal suo professore di Latino, nonostante la scuola italiana desse grande importanza alle manifestazioni e parate fatte dagli allievi delle sezioni Balilla ed Avanguardisti. I Bedarida riuscirono a ottenere la fiducia della popolazione araba; era una cosa completamente inusuale, per quei tempi ed in certe zone, vedere una donna medico, ma fu proprio il suo essere donna che le permise di curare donne beduine ed arabe musulmane che mai erano state curate prima di allora da un medico. Donne religiose che non potevano e volevano esporre il proprio corpo ad un medico uomo. Fu così quindi che Lucia, oltre a lavorare per il Consolato Italiano e con pazienti italiani, divenne la Tubiba (dottore in lingua araba) e la shifa’ almarid (colei che guarisce e cura). Poco importava che Lucia fosse ebrea italiana, per le donne musulmane locali Lucia veniva vista come la sola ed unica tubiba. Nei suoi diari Lucia racconta diversi episodi di soccorso prestato agli abitanti della zona, anche lontano da Tangeri, a qualsiasi ora del giorno e della notte.
Il dopoguerra
Nel 1948, anno in cui venne designata Medical Advisor dalla Delegazione degli Stati Uniti, Lucia propose la creazione di un’università internazionale a Tangeri. Nel 1957, divenne medico dell’Organizzazione francese OSE, che prestava assistenza ai profughi ebrei scappati dall’Europa. Parallelamente iniziò la sua attività clandestina per i Servizi Segreti Israeliani (Mossad) che avevano bisogno in quegli anni di medici che potessero assistere gli ebrei marocchini che cercavano di andare in Israele. Il marito si ammalò e fu costretto a cessare le sue attività chirurgiche, accettando un lavoro come esperto medico al tribunale. Lucia decise di sostituire il marito in clinica, operando come ginecologa con strumenti chirurgici all’avanguardia per i tempi. Le pazienti erano donne ricche, straniere, non le beduine ed arabe a cui lei era abituata, eppure, continuò ad essere la tubiba di tutti, sino a diventare consulente medico per il Ministero della Salute marocchino. Nel 1965 venne nominata medico per l’Aviazione Civile al Ministero Marocchino delle Comunicazioni e Trasporti, e rappresentante per il Marocco dell’Organizzazione Mondale della Sanità e delle Nazioni Unite. Divenne corrispondente internazionale per il Marocco del Journal American Women’s Association e del Diario de España, occupandosi di scienza e relazioni internazionali. Quando Nino morì, Lucia rimase sola, con le tre figlie oramai negli Stati Uniti. Nel 1967 Lucia scrisse un articolo molto interessante sulla Medicina araba antica e la sua influenza sul pensiero medico moderno, che presentò anche ad una conferenza alla Dante Alighieri di Tangeri, tenuta nello stesso anno: vale la pena riportarne alcuni passi.
Vivo da molti anni in un paese islamico (Tangeri) e ritengo utile mettere in evidenza quei punti di contatto tra Oriente ed Occidente che possano portare ad un riavvicinamento di questi due mondi che si vuole considerare separati e distinti dal punto di vista del pensiero e della formazione scientifica. Ecco perché mi è interessato cercare e studiare l’influenza della medicina araba dell’epoca d’oro dell’Islam sulla formazione del pensiero medico moderno dell’Occidente. La storia della medicina ci mostra, come ogni storia del resto, che in tutte le manifestazioni del pensiero umano non vi è mai un taglio netto, ma una continuazione, un’influenza reciproca. Così noi sappiamo che oggi la famosa scuola medica ippocrita non è stata fioritura spontanea all’epoca d’oro della Grecia, ma a formarla hanno contribuito le tradizioni indiane dei Veda, le tavole di Ninive, i papiri egiziani, le prescrizioni bibliche.
Ormai ottantunenne, raggiunse le tre figlie in America; all’età di cento anni decise di festeggiare il suo secolo organizzando una grande festa in Italia, invitando tutti i parenti ed amici. Pochi mesi prima di morire, si lanciò con il parapendio da Chamois, un piccolo paese di montagna tra le Alpi, replicando ciò che aveva fatto a 97 anni. Morì a Cornwall-On-Hudson, vicino a New York, ad aprile 2006. Volle che la sua salma fosse riportata in Italia, nella tomba di famiglia al cimitero ebraico di Torino, dov’era stato sepolto precedentemente anche suo marito Nino.
Con l’applicazione delle leggi razziali gli ebrei venivano allontanati da tutti i settori pubblici e privati: ci furono anche molte donne, scienziate, professoresse e intellettuali. Nonostante le traversie e i dolori, Lucia non solo non si è mai data per vinta, ma ha dimostrato che è possibile vivere senza odiare e che la diversità, a volte, è solo negli occhi di chi la vede.
NINO VITTORIO BEDARIDA
Nino Vittorio Bedarida nacque a Nizza Monferrato (Asti) il 16 agosto 1889 da famiglia ebraica benestante: il padre, Giuseppe, era proprietario di una Banca a Nizza, Banca Fratelli Bedarida; la madre, Malvina Tedeschi, casalinga. La famiglia si spostò a Torino affinché i figli potessero seguire studi superiori; lì, il padre aprì una fabbrica di stoviglie smaltate, marca “Elefante”.
Nino V. Bedarida si laureò in Medicina e Chirurgia all’Università di Torino nel 1913. Durante i primi anni di Università, frequentò i laboratori d’istologia nell’Istituto d’Anatomia normale, diretto dal Prof. Fusari. Nel V e VI anno frequentò in qualità di allievo interno le sale chirurgiche dell’Ospedale Umberto I in Torino e i laboratori scientifici annessi, diretti dal Prof. Carle. Fece il servizio militare di prima nomina in qualità di ufficiale e, dal 1915 a ottobre 1919, prese parte alla campagna italo-austriaca facendo servizi in trincea e in ospedaletti da campo, sulle zone montuose del fronte ed in Albania. Dopo il congedo, frequentò in qualità di assistente volontario i laboratori di Anatomia Patologica diretti fino al 1923 dal Prof. Pio Foà, dal 1924 al luglio 1930 dal Prof. Ferruccio Vanzetti; nel 1929-30 studiò e fece ricerche nel laboratorio di Batteriologia ed Immunologia, diretto dal Prof. Azzo Azzi. Nel febbraio del 1920 fece il concorso al posto di assistente in clinica di Patologia Chirurgica e risultò classificato nella terna. Nel dicembre 1920 fece il concorso al posto di assistente in Chirurgia all’Ospedale Maggiore S. Giovanni Battista in Torino e fu classificato secondo ex aequo e, scelto dal Consiglio d’Amministrazione, fu nominato assistente. Fu subito nominato aiuto dell’Ospedale Maggiore S. Giovanni per il triennio 1927-1929. Fu riconfermato aiuto dell’Ospedale Maggiore S. Giovanni per il triennio 1930-32. Nel 1930 conseguì la libera docenza in patologia chirurgica, che insegnò negli anni successivi all’Università di Bologna. Nominato direttore e chirurgo primario dell’ospedale municipale di Vasto (Chieti), si trasferì con la famiglia negli Abruzzi nel 1930, dove esercitò la sua professione con la moglie Lucia, che fu sua assistente e radiologa.
Per le “Leggi Razziali”, nel 1940 emigrò con tutta la famiglia a Tangeri, dove aprì una clinica chirurgica privata.
Nel 1955 fu colpito da un infarto: debilitato, dovette cessare la sua attività professionale, continuando a lavorare per il tribunale internazionale come esperto medico.
Nino Vittorio Bedarida si spense il 29 settembre 1965. Vari dignitari marocchini e cittadini arabi si recarono alla cerimonia alla sua memoria, per testimoniare il loro rispetto: secondo i suoi desideri, fu inumato nella tomba di famiglia a Torino.
La figlia, Mirella Bedarida Shapiro, così descrive suo padre: La sua missione nella vita era quella di guarire i suoi simili, curare i malati e condividere con loro i loro problemi fisici e psicologici. Studiava i suoi casi prima e dopo l'operazione, faceva ricerche, scriveva articoli che vennero pubblicati su rinomate riviste mediche. Tra i suoi documenti ho trovato 50 pubblicazioni scientifiche, tra cui, “Il drenaggio delle ferite causate dalle schegge”, “Tumori cerebrali”, “Occlusioni intestinali” e “I benefici psicologici dello sport”, in cui analizzava alcuni degli sport che lui stesso praticava (alpinismo, scherma). Quando mio padre fu licenziato a causa della sua religione il suo orgoglio ne risentì terribilmente. Da persona importante e rispettata, divenne un emarginato. Divenne amareggiato, insoddisfatto della sua vita e della sua carriera. Aveva perso il suo Paese, i suoi contatti con il mondo scientifico e la possibilità di fare una carriera brillante.
Nota di redazione
Il materiale raccolto è stato gentilmente fornito da Mirella Bedarida Shapiro, figlia di Lucia e Nino Vittorio Bedarida, che ha ricordato le sue vicende di persecuzione razziale nella pagina: "Bedarida Shapiro, Mirella figlia di Nino Vittorio Bedarida e Lucia Bedarida Servadio, la più giovane medico ebrea d’Italia"
Didascalie
- Cavour, padre di Lucia
- Gemma, madre di Lucia
- Lucia con Gemma, 1900
- Lucia con la bisnonna Speranza Vitale, 1903
- Lucia a 16 anni
- Vittorio 'Nino' Bedarida, Capitano Medico degli Alpini, 1917
- Lucia, 1918
- Lucia a Taormina, 1922
- Lucia, 1922
- Lucia e fratelli a Palombina, 1922
- Il matrimonio di Lucia e Nino a Roma, 1923
- Lucia a Roma, 1923
- Lucia, 1930
- Lucia con Mirella e Paola, 1930
- Lucia e Vittorio a Tangeri 1940
- Lucia e le figlie a Pescara, 1940
- Lucia e Mirella, 1977
- Il centesimo compleanno di Lucia, 2000
- Centesimo compleanno al Fortino vicino Ancona
- Lancio con il parapendio a 105 anni, Val D'Aosta, 2005
- Diploma di laurea di Nino Vittorio Bedarida
Gabriele Veneziano è un insigne fisico italiano, il cui “modello di Veneziano” rappresenta l’inizio della famosa “Teoria delle Stringhe”; si rimanda a questo link per un breve excursus del suo eccezionale percorso scientifico.
Figlio di Giuliano e Bruna Belgrado Valech, nacque a Firenze il 7 settembre 1942, primogenito di quattro fratelli; aveva appena 14 mesi quando, insieme ai suoi genitori, sua zia e sua nonna, si salvò dalla retata nazi-fascista del 5-6 novembre a Siena, durante la quale fu preso, per un viaggio senza ritorno, il nonno materno Ubaldo Belgrado.
Ubaldo Belgrado era nato a Firenze l’8 maggio 1891. Primogenito di sei fratelli, rimase orfano di madre molto giovane e si trasferì a Siena, diventando impiegato nel negozio di Davide Valech, titolare di un oreficeria – orologeria che si trovava in Banchi di Sopra all’angolo con Piazza Tolomei. Nel 1912 sposò Annita Valech, una sorella di Davide, dal cui matrimonio nacquero due figlie, Bruna e Fernanda (una terza figlia morì in tenera età). Ubaldo lavorò nel negozio del cognato per molti anni e, nel 1940, aprì un suo laboratorio di orologeria in Via Montanini.
Dopo il 1938, a causa delle “Leggi Razziali”, alla figlia Bruna, che si era diplomata maestra, fu precluso l’impiego nella scuola pubblica. Fu istitutrice privata di alcuni ragazzi ebrei espulsi dalle scuole senesi e, dopo un periodo trascorso a Milano, si trasferì a Firenze e sposò Giuliano Veneziano.
I dettagli completi della terribile notte del 5-6 novembre 1943 sono descritti nel racconto dei fratelli Veneziano legato alla recente posa della pietra d’inciampo intitolata al nonno, il 14 gennaio 2025, in via della Diana 35, a Siena.
A Siena, nella stesso giorno, furono arrestate alcune decine di persone, tra cui altri membri dalla parte Valech della famiglia: Davide e Michele Valech, fratelli di Annita, Livia Forti moglie di Davide Valech e i loro figli Vittorio, Alba, Vera, Morosina e Ferruccio che si trovavano insieme nella Villa del Branchino in strada dei Cappuccini. Un’altra figlia, Elda, assieme alla zia Rita Forti (sorella di Livia), sfuggite all’arresto, si presentarono volontariamente al comando per timore di rappresaglie sui propri figli, nati da matrimonio misto. Vera, Vittorio, Elda e Alba, sposati a non ebrei, furono poi rilasciati, ma Alba fu nuovamente fermata a Milano nell’aprile del 1944 e deportata ad Auschwitz, quando gli altri deportati della famiglia erano già spariti da tempo. Lei invece riuscì a salvarsi e, nel 1946, scrisse un libro, A 24029, uno dei primissimi memoriali sulla deportazione, che racconta molto bene la sua terribile esperienza.
Pochi mesi dopo la retata di Siena, i genitori di Gabriele Veneziano, sotto shock per quanto avvenuto, decisero di separarsene, nascondendolo presso un convento di suore nella periferia fiorentina. Tornò a vivere in famiglia soltanto dopo la liberazione di Firenze nel 1944, quando aveva due anni.
Dopo aver fatto i suoi studi, prima alla scuola elementare ebraica, poi alla scuola media e liceo scientifico, si iscrisse nel 1960 alla facoltà di Fisica dell’Università di Firenze conseguendo con pieni voti, nel 1965, la Laurea con una tesi diretta dal Prof. Raoul Gatto.
In quel periodo maturò in Veneziano l’idea di proseguire gli studi per un dottorato all’Istituto Weizmann in Israele. Varie ragioni lo spinsero in questa direzione: uno stage estivo in Israele organizzato dalla Comunità ebraica di Firenze (dove ebbe occasione di visitare brevemente l’Istituto Weizmann); un incontro, reso possibile da amici comuni, con il fisico Giulio Racah (ebreo fiorentino emigrato in Israele nel 1939 e successivamente Rettore dell’Università ebraica di Gerusalemme); l’incoraggiamento dell’allora fidanzata, Edy Pacifici, con cui frequentava il CGE (centro giovanile ebraico) di Firenze. Le nozze furono celebrate a fine luglio 1966 e, praticamente subito dopo il viaggio di nozze, la coppia si imbarcò per Israele.
I due anni passati al Weizmann (1966-1968, con in mezzo la guerra dei 6 giorni) segnarono l’inizio della «fortuna» scientifica di Veneziano. Lì fu concepito, giusto prima di lasciare il Paese, il “modello di Veneziano” considerato oggi l’inizio della ormai famosa “String Theory”, anche se la sottomissione del lavoro avvenne solo qualche mese dopo al CERN, tappa intermedia del trasferimento al MIT nell’autunno 1968 per iniziare il suo primo posto di ricercatore post-doctor.
Dopo aver passato quattro anni al MIT (dove collaborò soprattutto con Sergio Fubini, fisico ebreo italiano che aveva studiato da ragazzo in Svizzera durante il fascismo) Veneziano rinunciò a fare una carriera in USA e fece ritorno nel 1972 all’Istituto Weizmann come «Full Professor» iniziando allo stesso tempo lunghe visite estive al CERN.
Durante un primo anno sabbatico al CERN nel 1976-1977 gli fu offerto un posto, prima di lunga durata, poi dal 1978 permanente, nella divisione di Fisica Teorica. Dopo non poche esitazioni (l’arrivo di Menahem Begin al governo avendo dato una mano) Veneziano decise di dimettersi dal suo posto permanente al Weizmann e di accettare l’offerta del CERN. Questo gli permise di allargare i suoi interessi ingaggiandosi in molteplici collaborazioni scientifiche con fisici di tutto il mondo (ma in particolare con fisici Israeliani che Italiani) convinto che proprio dall’accostamento di culture (sia umanistiche che scientifiche) diverse possano emergere le idee rivoluzionarie di cui la scienza fondamentale ha tanto bisogno.
Documentazione allegata
Testimonianza letta in occasione della posa della Pietra d’Inciampo dedicata a Ubaldo Belgrado, il 14 gennaio 2025, in via della Diana 35, Siena.
Alba Valech Capozzi, A 24029, Soc. An. Poligrafica, Siena 1946
Libro stampato in pochi esemplari a Siena nell’immediato dopoguerra, già concesso all’ANED per la distribuzione online dall’autrice, nel 1995, qui divulgato per gli scopi del sito nella medesima versione (© www.deportati.it), rilasciata da G. Veneziano.
In caso di detenzione dei diritti inviare un messaggio a

Ubaldo Belgrado, fonte : Fondazione CDEC, https://digital-library.cdec.it/cdec-web/persone/detail/person-501/belgrado-ubaldo.html

Gabriele Veneziano, secondo da sinistra, con il fratello Giuseppe e i familiari durante la posa della Pietra d'inciampo dedicata al nonno, Ubaldo Belgrado (fonte https://www.radiosienatv.it/siena-collocata-la-pietra-di-inciampo-per-ricordare-ubaldo-belgrado/)

Pietra d'inciampo dedicata a Ubaldo Belgrado, fonte https://www.radiosienatv.it/siena-collocata-la-pietra-di-inciampo-per-ricordare-ubaldo-belgrado/
Marcello Morpugo, figlio di Aldo Yedidya e Gilda Sara (Luzzatto) Morpurgo, nacque il 4 marzo 1919 a Trieste, dove suo padre era direttore di una fabbrica di sardine. Marcello aveva due fratelli maggiori, Silvia e Arrigo, entrambi morti prima della guerra. A seguito della morte del padre, Marcello si trasferì con la madre nella sua città natale, Gorizia, frequentando le scuole elementari a Trieste e le superiori a Gorizia. Andò poi a Padova, per studiare lettere all'Università, mantenendosi con lezioni private. In applicazione del Regio decreto-legge 15 novembre 1938 - XVII, N. 1779, Integrazione delle norme per la difesa della razza nella scuola italiana, Marcello fu ammesso in via transitoria a proseguire gli studi universitari, come studente di razza ebraica già iscritto, nei passati anni accademici, a Università o Istituti superiori del Regno. Divenne così uno degli ultimi ebrei a laurearsi, nel 1941. Terminati gli studi, non poté iniziare l'insegnamento, a causa delle leggi razziali fasciste, e tornò a Gorizia, dove fu costretto ai lavori forzati in una segheria alla periferia della città. Questa situazione continuò fino alla caduta del regime fascista, nel luglio 1943. Dopo l'occupazione tedesca dell'Italia, nel settembre 1943, Marcello e sua madre fuggirono verso Grado, in ottobre, per poi tornare sulla terraferma, a seguito all'occupazione tedesca dell'isola. Marcello e Gilda trascorsero i due mesi successivi vicino a Venezia dove, a dicembre, furono catturati dai carabinieri, per essere deportati. Marcello insistette sul fatto di non essere ebrei e, dopo aver mostrato la tessera studentesca, ricevette il permesso di tornare nella sua città di residenza, per recuperare il certificato di battesimo. Piuttosto che tornare a Gorizia, Marcello andò a casa di un aristocratico italiano di cui aveva istruito le figlie, Alessandro Wiel, che lo aiutò a ottenere una carta d'identità falsa, sotto il nome di Mario Martino, e trovò un appartamento per Marcello e sua madre dove poter vivere apertamente, come non ebrei. Marcello trascorse il resto della guerra vivendo da non ebreo, mantenendo se stesso e sua madre insegnando in una piccola scuola, da lui fondata.
Uscito dalla clandestinità cui fu costretto durante l'occupazione tedesca, subito dopo la Liberazione insegnò presso il Liceo Scientifico di Pordenone, e quindi in quello di Gorizia. Successivamente, divenne professore nell'Istituto “A. Da Fano” e nelle scuole statali di Milano, dove poi per oltre un decennio fu preside della Scuola Media Statale “E. Colorni”, cui si si dedicò con slancio d'iniziativa e passione di educatore.
Diresse «L'eco dell'educazione ebraica» e ha collaborato con vari periodici, per poi trasferirsi in Israele, a Beer Sheva, da pensionato.
Nel 1997, lo Yad Vashem ha riconosciuto Alessandro Wiel e sua moglie Luisa come Giusti tra le Nazioni.
Valdirose
NDR
La testimonianza è stata raccolta dalla figlia di Marcello, Ada Morpurgo, information officer dell’Università Ben Gurion, attraverso l’opera dell’AISSI, l’Associazione degli Accademici e Scienziati italiani in Israele.
In allegato alla testimonianza, la scansione del volume autobiografico: “Valdirose”, di Marcello Morpurgo, edito da Del Bianco Editore, per gentile concessione della figlia dell’autore, a seguito della cessazione dei diritti della casa editrice “Del Bianco”, che ha chiuso le sue attività nel dicembre 2014. Eventuali richieste di rimozione, possono essere indirizzate a:

Congedo dal Servizio Militare, per regio decreto-legge 22 dicembre 1938, n. 2111, Disposizioni relative al collocamento in congedo assoluto ed al trattamento di quiescenza del personale militare delle Forze armate dello Stato di razza ebraica
Carta d’identità falsa, pagine esterne 
Carta d’identità falsa, pagine interne
Lavori forzati in segheria
Ancora lavori forzati, in segheria
Questa pagina, curata dall’INAPP (Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche), è dedicata al professore e medico neuropatologo Ettore Levi (Venezia, 12 gennaio 1880 - Roma, 5 luglio 1932), appartenente a una famiglia ebraica già da generazioni affermata nel campo della medicina, e fondatore dell’IPAS, l’Istituto italiano di igiene previdenza e assistenza sociale.
Il padre Moisè Raffael (zio di Margherita Sarfatti) nominato nel 1878 primario medico e docente presso la scuola pratica di medicina e chirurgia dell'ospedale di Venezia cominciò a orientare decisamente i propri interessi clinici, scientifici e didattici verso la pediatria e nel 1882, quando l'Istituto di studi superiori pratici e di perfezionamento di Firenze istituì la cattedra di pediatria, ottenne la nomina per titoli a professore straordinario della clinica medica delle malattie dei bambini, in quella città. Si trattava della prima clinica pediatrica italiana. Partecipò attivamente alla vita della sua città Venezia: fu tra i fondatori, nel 1873, della Società di navigazione lagunare a vapore, della quale assunse la presidenza dalla fondazione al 1882, rimanendone poi consigliere di amministrazione. Fu socio ordinario dell'Ateneo veneto e corrispondente dell'Accademia di medicina di Torino, della Società medica chirurgica di Bologna, della Società medica di Vienna. Aggregato della direzione del Giornale veneto di scienze mediche, dal 1879 fece parte del consiglio direttivo del periodico Lo Sperimentale. Nominato cavaliere della Corona d'Italia nel 1870 per la fondazione dell'Ospizio marino e promosso ufficiale nel 1872 per aver presieduto la Commissione per il risanamento del Lido, nel 1880 fu insignito della croce di cavaliere della Corona tedesca per i "suoi apprezzati lavori di medicina, che avevano meritato di essere tradotti nell'idioma tedesco".
Ettore Levi, pioniere della medicina sociale, dedicò tutta la sua breve vita alla lotta contro i mali sociali che attanagliano un’Italia sconvolta dalla Prima Guerra Mondiale.
…in conseguenza della guerra, falangi di tubercolosi, di psicopatici, di storpi, di mutilati, di ciechi ecc. sono restati a carico dello Stato, che ha avuto in tal modo la rivelazione improvvisa della importanza sociale, sia morale che economica, dei grandi problemi assistenziali del tempo di pace, cui era totalmente impreparato, ma ai quali dovrà forzatamente in avvenire temprarsi […] Sappia lo Stato – scrive infatti Levi –, prodigo di centinaia di milioni annui a vani scopi di assistenza agli incurabili (tubercolosi gravi, alienati, ciechi, sordomuti ecc.), e che tali in maggioranza sono divenuti, per incuria ed ignoranza delle classi responsabili, che quanto esso, e le non meno tarde ed ignare Amministrazioni periferiche, provinciali, comunali e private, saranno per spendere in avvenire per la protezione della maternità e dell’infanzia e per la prevenzione di tutte le malattie evitabili, sarà ripagato, a mille doppi da corrispondenti economie nell’edificazione ed il mantenimento di ospedali per cronici che sono per lo più dei moritorii, di manicomi che sono sepolcri di vivi, di brefotrofi che furono, specialmente durante la guerra, come ora appunto abbiamo visto, veri macelli infantili, di carceri pullulanti di infelici, contaminati, fin dalla nascita, in abituri moralmente e materialmente infatti, non sanati tempestivamente da una scuola realmente educatrice
(Levi E., La medicina sociale in difesa della vita e del lavoro, 1921).
In attesa che anche in Italia si costituisca un ministero per l’Igiene, Levi propone l’istituzione di un organo burocratico centralizzato, che funga da «agente stimolante e di collegamento» fra gli enti statali e parastatali attivi nel settore dell’assistenza sociale e che, soprattutto, realizzi una gestione più efficiente ed economicamente vantaggiosa della malattia sociale.
L’istituto voluto da Levi era “organizzato secondo il modello anglosassone, ossia attraverso sottoscrizioni volontarie di istituti di credito, sindacati, enti, ordini professionali. Lo scopo era creare un organismo assistenziale che agisse anche ponendo attenzione al valore economico della vita umana. Complementare all’azione dello Stato, l’ente doveva agire da stimolo e raccordo tra le varie iniziative a sfondo sociale”.
Con questo approccio rivoluzionario rispetto a quello di tipo individualistico e sanitario portato avanti dagli igienisti e dai medici che si occupavano anche di prevenzione e grazie al patrocinio di illustri personalità e al finanziamento, fra gli altri, del Credito Italiano e della Banca Commerciale, nel 1922 nasce l’IPAS.
L’istituto fu amministrato dalla Cassa Nazionale per le Assicurazioni Sociali, poi sostituita nel 1933 dall’Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale trasformato successivamente in INPS.
I compiti di detta istituzione erano la “propaganda, consultazione, coordinamento e studio sulle cause degli evitabili danni sociali, sui danni morali e soprattutto economici agli individui e alla comunità”. Ricchissima la sua produzione sia di testi che di altri supporti didattici per la diffusione dell’igiene nelle case e nei posti di lavoro. L’attività propagandistica dell’IPAS si contraddistinse, anche, per la pubblicazione di una serie di manifesti ritenuti strumenti capaci di educare e diffondere informazioni utili alla tutela della salute individuale e collettiva, nelle scuole e negli ambienti di lavoro. Tali pubblicazioni si rivolgevano anche ai maestri in considerazione del fatto che l’igiene, con la riforma Gentile, era diventata materia obbligatoria nella scuola.
L’esistenza di Ettore Levi interseca quella dell’IPAS per soli dieci anni ma le due storie sono talmente legate e il primo si toglierà la vita perché forzatamente allontanato dal secondo.
Ettore Levi verrà allontanato dall’Istituto a causa delle sue posizioni riguardo il birth control, percepite dal regime come inclini alla limitazione delle nascite e quindi in contrasto con la politica pronatalista del Fascismo, il cui obiettivo non era tanto quello di migliorare la razza attraverso la sterilizzazione, ma di aumentare i tassi di natalità e di migliorare le condizioni di salute e prestanza fisica tramite l’igiene, l’alimentazione e l’esercizio fisico. In Italia, dunque, le pratiche di eugenica negativa, più radicali e problematiche, furono pressoché inesistenti, mentre vennero preferite quelle di eugenica positiva quali: il controllo sanitario pre-matrimonale, una medicina sociale preventiva, l’assistenza materno-infantile e le grandi politiche demografiche “pronatalistiche” (Mantovani 2004). Un’eugenica, dunque, principalmente inquadrata all’interno della cornice dell’igiene sociale, del miglioramento delle condizioni di vita, difesa della salute e miglioramento della razza. In ogni caso, sebbene si fosse trattato di interventi meno violenti che in altri Stati, anche in Italia i programmi eugenici, soprattutto nel periodo subito dopo la Prima Guerra Mondiale, miravano a una regolamentazione coercitiva dei comportamenti individuali da parte dell’autorità statale.
Vani saranno i tentativi e le suppliche al Capo del governo Mussolini (le lettere sono presenti nella mostra) di far rientro nell’Istituto o di trovare una nuova collocazione professionale.
Secondo alcuni, infatti, sull’espulsione di Ettore Levi dall’IPAS avevano avuto un notevole peso proprio le sue origini. Non ha dubbi a riguardo Claudia Mantovani, docente dell’Università di Perugia che ha approfondito il rapporto tra il Fascismo e l’eugenetica. La Mantovani, infatti, sostiene che «la manovra di esproprio non mirasse tanto ad impadronirsi dell’Istituto quanto ad emarginare Levi in persona».
La vita del Levi termina nel silenzio della maggior parte dei colleghi, osteggiato da un regime che reprime e annichilisce chi non vi si allinea, estromesso da un Istituto che tutto gli doveva e nel quale non aveva potuto più fare ingresso, nemmeno per recuperare «i più preziosi oggetti personali» lasciati in sede.
L’INAPP ha inaugurato la mostra online Lavoro e società: Il '900 attraverso i documenti dell'Istituto per gli Affari Sociali che, a 100 anni dalla fondazione dell’IPAS, confluito nel 2010 in INAPP col nome IAS, intende raccontare quanto è rimasto presso l’INAPP dalla fusione dei due Istituti, attraverso l’esposizione di una selezione di documenti e di materiali fotografici.
Lo scopo principale è quello di offrire uno spaccato del lavoro come fattore costitutivo della società italiana dell’epoca, per come restituito da un Istituto che si muoveva tra la propaganda e la divulgazione scientifica.
- Anticoli, Leone : dipendente dell’Istituto Nazionale di Geofisica
- Levi, Alda: pioniera dell’archeologia italiana, raccontata da Anna Ceresa Mori. Una storia di discriminazione femminile ed ebraica
- Di Castro, Angelo: architetto, nell'intervento curato dal figlio Carlo, fisico e accademico dei Lincei, in occasione dell'inaugurazione della mostra “Il tempo ritrovato. Storie di architetti ebrei”, MAXXI, Roma, 16/05/2023
- Dalla Volta,Riccardo: illustre economista, Presidente dell’Accademia dei Georgofili dal 1918 al 1926, negli interventi di: Franco Scaramuzzi, Piero Roggi, Marino Biondi e Valdo Spini



