Lucia Bedarida Servadio fu una donna unica: la sua lunghissima vita ha attraversato l’intero novecento, passando attraverso due guerre mondiali, la discriminazione prima e la deportazione nazifascista della madre e della nonna ad Auschwitz.
Dedicò tutta la sua vita ad aiutare gli altri ed i più bisognosi, come nel caso delle donne beduine e arabe del Marocco, paese che l’accolse quando fu costretta a scappare dall’Italia nel 1939.
Lucia nacque ad Ancona nel 1900 da una famiglia della media borghesia ebraica; i Servadio erano ferventi patrioti e nazionalisti: non a caso, il padre di Lucia si chiamava Cavour, e sua zia Italia. Cavour era un uomo di affari e, nel 1899, sposò la torinese Gemma Vitale, donna colta, che parlava francese e inglese, brava pianista, che amava dipingere. Gemma e Cavour ebbero cinque figli: la primogenita Lucia e a seguire Luciano, Lucio, Luxardo, Luchino. Tutti i nomi iniziavano con la lettera L, incipit della parola luce.
L’infanzia di Lucia fu agiata: decisiva nella sua formazione fu la presenza amorevole del padre, che, in un’epoca in cui le donne erano relegate in casa a ricamare, a suonare il piano e ad aspettare un marito, decise che la sua unica figlia femmina dovesse continuare gli studi, dando così un buon esempio ai suoi quattro fratelli minori. Lucia si diplomò a soli sedici anni; poi, fu mandata a Torino, dove vivevano i nonni materni, e decise di iscriversi a Medicina. Quella scelta fu dovuta a una ‘‘chiamata’’, giustificata da lei come una missione, in cui aiutare gli altri e sentirsi utile.
Gli anni universitari
Il primo anno universitario a Torino fu molto difficile per Lucia. Il padre decise così di trasferire tutta la famiglia a Roma, dove Lucia, nel settembre del 1917, si iscrisse al secondo anno di medicina. I suoi anni universitari romani furono belli e spensierati. Il 17 luglio del 1922, a soli 22 anni, Lucia si laureò a pieni voti con lode, diventando la più giovane dottoressa italiana. A Torino, durante una visita in un ospedale torinese, conobbe il suo compagno di una vita, Nino Vittorio Bedarida, che sposò alla Sinagoga di Roma il 12 Aprile del 1923. I due giovani si trasferirono a Torino, dove Nino lavorava come medico chirurgo all’Ospedale San Giovanni. In quegli anni Lucia aiutava il marito nella sua attività scientifica e di chirurgo e, pur avendo una vita molto piena e due figlie, Paola nata nel 1924 e Mirella nel 1927, si specializzò in radiologia a Roma.
Vasto
Nell’estate del 1930, Lucia si trasferì con le figlie e il marito a Vasto, dove il Prof. Paolucci, clinico chirurgo a Bologna e capo dell’Associazione Nazionalista italiana, aveva offerto a Nino il posto di chirurgo primario all’Ospedale Civile. Per quieto vivere, i coniugi Bedarida si iscrissero al PNF. Nino, che era stato decorato e capitano medico durante la Prima Guerra Mondiale, fu nominato Maggiore Medico della Milizia. Lucia fu nominata segretaria del Fascio Femminile, e iniziò a lavorare con il marito in ospedale come assistente in sala operatoria e come radiologa. Nino divenne anche medico delle Ferrovie e insegnava Patologia Chirurgica all’università di Bologna. Nel frattempo, i Bedarida si erano trasferiti a Pescara, anche se continuavano a lavorare a Vasto per permettere alle figlie di studiare al Liceo. Nel 1938, la loro vita venne completamente sconvolta dalle Leggi Razziali: Nino fu estromesso dall’ospedale di cui era primario, e le ragazze espulse dalla scuola. Lucia non poteva avere più un aiuto domestico in casa, fu esclusa da club e centri culturali.
I Bedarida ricevettero anche solidarietà e aiuto dai concittadini: quando le furono richieste le dimissioni da segretaria del Fascio Femminile, tutte le collaboratrici si dimisero in massa, e il Comandante della Milizia fascista, loro buon conoscente, li aiutò ad esportare diverse apparecchiature mediche e del denaro che consentì loro di poter esercitare altrove la loro professione. Decisero di emigrare, ed ebbero una promessa di visto dal Console dell’Ecuador, grazie al regalo di una forte somma di denaro. La promessa però non fu mai mantenuta dal Console, che all’ultimo momento gli rinnegò il visto. Fortunatamente, un ex studente del marito, il dottor Shakin, scrisse loro per dire che a Tangeri ci sarebbe stata una possibilità di lavoro. In quegli anni Tangeri era una zona internazionale, amministrata da sette nazioni, tra cui l’Italia, ed era considerata un posto sicuro per i profughi che scappavano dall’Europa nazista. Essendo cittadini italiani, poterono immigrare lì senza visto, con il riconoscimento immediato delle lauree italiane.
. I rifugiati venivano assistiti dall’American Joint Distribution Committee (JDC), un’organizzazione ebraico-americana che sin dal 1938 aveva aperto un ufficio per aiutarli sia economicamente che burocraticamente. A Tangeri l’ospedale italiano aveva vicino una Scuola Italiana, a cui si era aggiunto nel 1929 anche l’Istituto Tecnico e nel 1930 il Liceo Scientifico. Nel 1939, Nino partì da solo per vedere quali fossero le possibilità di lavoro; nel frattempo Lucia, rimasta in Italia, si preoccupò di vendere i due appartamenti che avevano e con i soldi comprare tutta l’attrezzatura medica chirurgica e i permessi di esportazione. Lucia fu aiutata da alcuni gerarchi fascisti che erano stati suoi pazienti e che le permisero di esportare tutto l’equipaggiamento medico per avviare una clinica chirurgica a Tangeri. Raggiunse quindi il marito a Tangeri per aiutarlo ad avviare la clinica, mentre le tre figlie rimasero provvisoriamente con la mamma di Lucia a Pescara. Il 18 ottobre 1940, dopo varie peripezie, Lucia riuscì a partire con le tre figlie; in Italia erano rimaste la nonna e la mamma di Lucia, che si rifiutarono di partire. Il 24 maggio 1944 una delazione rivelò ai nazifascisti la presenza di Gemma e Nina, rispettivamente di 65 ed 89 anni, in casa loro a Torino. Furono arrestate e deportate prima a Fossoli e poi ad Auschwitz Birkenau, per essere entrambe destinate subito alle camere a gas. A Fossoli, tra il 24 maggio ed il 6 giugno, Gemma scrisse otto biglietti e cartoline postali indirizzati a varie persone di sua conoscenza. Questi scritti sono stati donati da Lucia al Museo dell’Olocausto di Washington, a Memoria dalla ferocia nazista.
L’Esilio: Tangeri
Mirella fu protetta dal suo professore di Latino, nonostante la scuola italiana desse grande importanza alle manifestazioni e parate fatte dagli allievi delle sezioni Balilla ed Avanguardisti. I Bedarida riuscirono a ottenere la fiducia della popolazione araba; era una cosa completamente inusuale, per quei tempi ed in certe zone, vedere una donna medico, ma fu proprio il suo essere donna che le permise di curare donne beduine ed arabe musulmane che mai erano state curate prima di allora da un medico. Donne religiose che non potevano e volevano esporre il proprio corpo ad un medico uomo. Fu così quindi che Lucia, oltre a lavorare per il Consolato Italiano e con pazienti italiani, divenne la Tubiba (dottore in lingua araba) e la shifa’ almarid (colei che guarisce e cura). Poco importava che Lucia fosse ebrea italiana, per le donne musulmane locali Lucia veniva vista come la sola ed unica tubiba. Nei suoi diari Lucia racconta diversi episodi di soccorso prestato agli abitanti della zona, anche lontano da Tangeri, a qualsiasi ora del giorno e della notte.
Il dopoguerra
Nel 1948, anno in cui venne designata Medical Advisor dalla Delegazione degli Stati Uniti, Lucia propose la creazione di un’università internazionale a Tangeri. Nel 1957, divenne medico dell’Organizzazione francese OSE, che prestava assistenza ai profughi ebrei scappati dall’Europa. Parallelamente iniziò la sua attività clandestina per i Servizi Segreti Israeliani (Mossad) che avevano bisogno in quegli anni di medici che potessero assistere gli ebrei marocchini che cercavano di andare in Israele. Il marito si ammalò e fu costretto a cessare le sue attività chirurgiche, accettando un lavoro come esperto medico al tribunale. Lucia decise di sostituire il marito in clinica, operando come ginecologa con strumenti chirurgici all’avanguardia per i tempi. Le pazienti erano donne ricche, straniere, non le beduine ed arabe a cui lei era abituata, eppure, continuò ad essere la tubiba di tutti, sino a diventare consulente medico per il Ministero della Salute marocchino. Nel 1965 venne nominata medico per l’Aviazione Civile al Ministero Marocchino delle Comunicazioni e Trasporti, e rappresentante per il Marocco dell’Organizzazione Mondale della Sanità e delle Nazioni Unite. Divenne corrispondente internazionale per il Marocco del Journal American Women’s Association e del Diario de España, occupandosi di scienza e relazioni internazionali. Quando Nino morì, Lucia rimase sola, con le tre figlie oramai negli Stati Uniti. Nel 1967 Lucia scrisse un articolo molto interessante sulla Medicina araba antica e la sua influenza sul pensiero medico moderno, che presentò anche ad una conferenza alla Dante Alighieri di Tangeri, tenuta nello stesso anno: vale la pena riportarne alcuni passi.
Vivo da molti anni in un paese islamico (Tangeri) e ritengo utile mettere in evidenza quei punti di contatto tra Oriente ed Occidente che possano portare ad un riavvicinamento di questi due mondi che si vuole considerare separati e distinti dal punto di vista del pensiero e della formazione scientifica. Ecco perché mi è interessato cercare e studiare l’influenza della medicina araba dell’epoca d’oro dell’Islam sulla formazione del pensiero medico moderno dell’Occidente. La storia della medicina ci mostra, come ogni storia del resto, che in tutte le manifestazioni del pensiero umano non vi è mai un taglio netto, ma una continuazione, un’influenza reciproca. Così noi sappiamo che oggi la famosa scuola medica ippocrita non è stata fioritura spontanea all’epoca d’oro della Grecia, ma a formarla hanno contribuito le tradizioni indiane dei Veda, le tavole di Ninive, i papiri egiziani, le prescrizioni bibliche.
Ormai ottantunenne, raggiunse le tre figlie in America; all’età di cento anni decise di festeggiare il suo secolo organizzando una grande festa in Italia, invitando tutti i parenti ed amici. Pochi mesi prima di morire, si lanciò con il parapendio da Chamois, un piccolo paese di montagna tra le Alpi, replicando ciò che aveva fatto a 97 anni. Morì a Cornwall-On-Hudson, vicino a New York, ad aprile 2006. Volle che la sua salma fosse riportata in Italia, nella tomba di famiglia al cimitero ebraico di Torino, dov’era stato sepolto precedentemente anche suo marito Nino.
Con l’applicazione delle leggi razziali gli ebrei venivano allontanati da tutti i settori pubblici e privati: ci furono anche molte donne, scienziate, professoresse e intellettuali. Nonostante le traversie e i dolori, Lucia non solo non si è mai data per vinta, ma ha dimostrato che è possibile vivere senza odiare e che la diversità, a volte, è solo negli occhi di chi la vede.
NINO VITTORIO BEDARIDA
Nino Vittorio Bedarida nacque a Nizza Monferrato (Asti) il 16 agosto 1889 da famiglia ebraica benestante: il padre, Giuseppe, era proprietario di una Banca a Nizza, Banca Fratelli Bedarida; la madre, Malvina Tedeschi, casalinga. La famiglia si spostò a Torino affinché i figli potessero seguire studi superiori; lì, il padre aprì una fabbrica di stoviglie smaltate, marca “Elefante”.
Nino V. Bedarida si laureò in Medicina e Chirurgia all’Università di Torino nel 1913. Durante i primi anni di Università, frequentò i laboratori d’istologia nell’Istituto d’Anatomia normale, diretto dal Prof. Fusari. Nel V e VI anno frequentò in qualità di allievo interno le sale chirurgiche dell’Ospedale Umberto I in Torino e i laboratori scientifici annessi, diretti dal Prof. Carle. Fece il servizio militare di prima nomina in qualità di ufficiale e, dal 1915 a ottobre 1919, prese parte alla campagna italo-austriaca facendo servizi in trincea e in ospedaletti da campo, sulle zone montuose del fronte ed in Albania. Dopo il congedo, frequentò in qualità di assistente volontario i laboratori di Anatomia Patologica diretti fino al 1923 dal Prof. Pio Foà, dal 1924 al luglio 1930 dal Prof. Ferruccio Vanzetti; nel 1929-30 studiò e fece ricerche nel laboratorio di Batteriologia ed Immunologia, diretto dal Prof. Azzo Azzi. Nel febbraio del 1920 fece il concorso al posto di assistente in clinica di Patologia Chirurgica e risultò classificato nella terna. Nel dicembre 1920 fece il concorso al posto di assistente in Chirurgia all’Ospedale Maggiore S. Giovanni Battista in Torino e fu classificato secondo ex aequo e, scelto dal Consiglio d’Amministrazione, fu nominato assistente. Fu subito nominato aiuto dell’Ospedale Maggiore S. Giovanni per il triennio 1927-1929. Fu riconfermato aiuto dell’Ospedale Maggiore S. Giovanni per il triennio 1930-32. Nel 1930 conseguì la libera docenza in patologia chirurgica, che insegnò negli anni successivi all’Università di Bologna. Nominato direttore e chirurgo primario dell’ospedale municipale di Vasto (Chieti), si trasferì con la famiglia negli Abruzzi nel 1930, dove esercitò la sua professione con la moglie Lucia, che fu sua assistente e radiologa.
Per le “Leggi Razziali”, nel 1940 emigrò con tutta la famiglia a Tangeri, dove aprì una clinica chirurgica privata.
Nel 1955 fu colpito da un infarto: debilitato, dovette cessare la sua attività professionale, continuando a lavorare per il tribunale internazionale come esperto medico.
Nino Vittorio Bedarida si spense il 29 settembre 1965. Vari dignitari marocchini e cittadini arabi si recarono alla cerimonia alla sua memoria, per testimoniare il loro rispetto: secondo i suoi desideri, fu inumato nella tomba di famiglia a Torino.
La figlia, Mirella Bedarida Shapiro, così descrive suo padre: La sua missione nella vita era quella di guarire i suoi simili, curare i malati e condividere con loro i loro problemi fisici e psicologici. Studiava i suoi casi prima e dopo l'operazione, faceva ricerche, scriveva articoli che vennero pubblicati su rinomate riviste mediche. Tra i suoi documenti ho trovato 50 pubblicazioni scientifiche, tra cui, “Il drenaggio delle ferite causate dalle schegge”, “Tumori cerebrali”, “Occlusioni intestinali” e “I benefici psicologici dello sport”, in cui analizzava alcuni degli sport che lui stesso praticava (alpinismo, scherma). Quando mio padre fu licenziato a causa della sua religione il suo orgoglio ne risentì terribilmente. Da persona importante e rispettata, divenne un emarginato. Divenne amareggiato, insoddisfatto della sua vita e della sua carriera. Aveva perso il suo Paese, i suoi contatti con il mondo scientifico e la possibilità di fare una carriera brillante.
Nota di redazione
Il materiale raccolto è stato gentilmente fornito da Mirella Bedarida Shapiro, figlia di Lucia e Nino Vittorio Bedarida, che ha ricordato le sue vicende di persecuzione razziale nella pagina: "Bedarida Shapiro, Mirella figlia di Nino Vittorio Bedarida e Lucia Bedarida Servadio, la più giovane medico ebrea d’Italia"
Didascalie
- Cavour, padre di Lucia
- Gemma, madre di Lucia
- Lucia con Gemma, 1900
- Lucia con la bisnonna Speranza Vitale, 1903
- Lucia a 16 anni
- Vittorio 'Nino' Bedarida, Capitano Medico degli Alpini, 1917
- Lucia, 1918
- Lucia a Taormina, 1922
- Lucia, 1922
- Lucia e fratelli a Palombina, 1922
- Il matrimonio di Lucia e Nino a Roma, 1923
- Lucia a Roma, 1923
- Lucia, 1930
- Lucia con Mirella e Paola, 1930
- Lucia e Vittorio a Tangeri 1940
- Lucia e le figlie a Pescara, 1940
- Lucia e Mirella, 1977
- Il centesimo compleanno di Lucia, 2000
- Centesimo compleanno al Fortino vicino Ancona
- Lancio con il parapendio a 105 anni, Val D'Aosta, 2005
- Diploma di laurea di Nino Vittorio Bedarida

