VITO CAMIZ - Ancona 1907- Roma 1987
Vito Camiz, figlio di un ingegnere e costruttore, dopo aver conseguito nel 1925 la maturità classica nella sua città e il diploma di violino a Pesaro, si trasferisce a Roma dove si iscrive all’Università per seguire i corsi di Ingegneria; nel 1930 si laurea con il Prof. Aristide Giannelli e subito dopo si iscrive a Matematica per conseguire una seconda laurea nel 1933 con il prof. Guido Castelnuovo con una tesi sul calcolo delle probabilità.
Nel 1935 inizia a lavorare come progettista per l’Impresa di costruzioni Provera e Carrassi. Si sposa con la romana Elena Tagliacozzo. Svolge attività di Assistente volontario del prof. Giannelli per il corso di Scienza delle costruzioni.
La sua carriera professionale raggiunge il suo apice nel 1938, quando vince l’appalto concorso per la costruzione del Ponte San Paolo sul Tevere dove ora sorge il Ponte Marconi.
Nel gennaio 1938 nasce il figlio Paolo. L’avvento delle leggi razziali blocca ogni sua attività professionale e accademica a causa dell’espulsione dall’ordine professionale e dall’università, per cui nel dicembre del 1938 decide di recarsi in Svizzera con la famiglia con la speranza di trovare un lavoro in un paese europeo (la direzione di una fabbrica di tubi in cemento armato in Inghilterra) e, dopo lo scoppio della guerra nel settembre del 1939, in un paese d’oltreoceano. Durante il soggiorno in Svizzera (tra Losanna e Ginevra) compie numerosi tentativi volti a ottenere un visto per l’emigrazione (negli USA, in Brasile, in Argentina). Finalmente nella primavera del 1940 riesce a ottenere un visto per il Brasile e rientra in Italia per salutare i parenti e imbarcarsi con una nave italiana: la partenza viene bloccata dall’ingresso in guerra dell’Italia al fianco della Germania, cosa che rende molto rischiosa la traversata dell’Atlantico. I Camiz rimangono perciò a Roma ospiti nel grande appartamento dei Tagliacozzo. Vito riesce a lavorare in nero come progettista grazie all’aiuto di alcuni amici ingegneri che gli affidano calcoli su strutture di cemento armato per alcuni progetti nell’area romana.
Contemporaneamente (1941-42), svolge attività didattica presso l’Università clandestina fondata da Guido Castelnuovo che offre corsi di matematica e materie ingegneristiche per gli studenti universitari ebrei espulsi dalle università italiane: tali corsi e i relativi esami sono riconosciuti dal Politecnico di Zurigo.
La situazione precipita dopo l’8 settembre 1943 quando le truppe tedesche occupano Roma. Nel giro di pochi giorni, su suggerimento dell’amico e collega Carlo Cestelli Guidi ci rechiamo a Rocca di Mezzo, piccolo paese tra le montagne abruzzesi dove i Cestelli si trovano in villeggiatura. Dopo un viaggio ferroviario durato quasi un’intera giornata, arriviamo dai Cestelli, che si arrangiano per ospitarci per qualche giorno, perché loro devono tra poco rientrare a Roma; nel giro di una settimana riusciamo a trovare ospitalità nel vicino paese di Rovere presso la modestissima Pensione di Pezza, dove ci presentiamo come sfollati e ci confondiamo con alcuni villeggianti lì presenti. Con l’avanzare della stagione autunnale i villeggianti veri partono e noi restiamo unici ospiti della pensione, sprovvisti di carte d’identità false: i proprietari della pensione, Antonio e Maria Felice Pietrantonio, si ”dimenticano” di chiedercele e noi ci “dimentichiamo” di consegnarle, ma intanto arrivano i soldati tedeschi, incaricati di installare una postazione di contraerea accanto al paese, e occupano la pensione, per cui dobbiamo trasferirci in una casa nella parte più alta del paese, sprovvista di servizi igienici, di acqua corrente e, spesso, di elettricità. Vito, come tutti gli uomini del paese, per la maggior parte anziani, perché i giovani sono in guerra, viene costretto, in seguito a una abbondante nevicata, a spalare la neve dalla strada carrozzabile sulla quale transitano giornalmente automezzi militari; dopo un giorno viene esonerato dal servizio per ragioni di salute.
L’inverno fu durissimo, ma alleviato in parte dall’amicizia di alcuni giovani roveresi, di un livello culturale più elevato della media dei loro compaesani, che venivano quasi ogni giorno a trascorrere pomeriggi o serate in quella casa, chiacchierando, giocando a carte, ascoltando Radio Londra e osservando le lunghe file di mezzi militari che percorrevano la statale 5bis (una diramazione della via Tiburtina) chiamata “la via gnova” dai paesani.
Dopo un paio di mesi I tedeschi lasciano in parte la pensione e possiamo di nuovo trasferirci, dando inizio a una pericolosa convivenza con alcuni di loro, con i quali Vito, che parla correntemente il tedesco, e in misura minore Elena stabiliscono un rapporto civile, basato su discussioni di musica, di filosofia, sul gioco degli scacchi, anche se non mancano episodi drammatici, come quello dei falsi prigionieri: una sera si presentano alcuni giovani, mal vestiti, che chiedono rifugio dichiarando di essere soldati alleati evasi da un campo di prigionia; Vito, che nutre qualche sospetto a causa del loro accento (si esprimono in un italiano rudimentale che svela un’origine più tedesca che inglese), fa un cenno di diniego a Maria Felice che capisce immediatamente e suggerisce ai (falsi) prigionieri di consegnarsi alle autorità tedesche che “sono tanto buone”. I giovani si allontanano e ricevono ospitalità in una casa del paese, dove vengono loro mostrati attestati che testimoniano l’ospitalità fornita a veri prigionieri: gli incauti vengono immediatamente arrestati e minacciati di venir privati della casa (dovrebbe essere incendiata) e del prezioso maiale. Vito interviene e con un discorso, pare, assai convincente in tedesco riesce a salvare casa e maiale. In un’altra occasione i tedeschi propongono di utilizzare la stalla adiacente alla pensione, che ospita mucche, pecore, un asino e pollame, come deposito di munizioni; Vito, interviene anche stavolta in modo molto aggressivo, in tedesco, mostrando l’assurdità della proposta, visto che anche un piccolo incidente farebbe saltare in aria non solo la pensione, ma buona parte del paese, e riesce a farli desistere, per cui le munizioni verranno trasportate nel bosco a un chilometro di distanza.
A un certo punto, all’inizio della primavera, i tedeschi partono e l’”amico Barthelmess” ci chiede l’indirizzo di Roma per poterci incontrare dopo la fine della guerra: con grande imbarazzo l’indirizzo viene fornito, perché sarebbe più pericoloso rifiutarglielo. (Quasi venti anni dopo Barthelmess ci contatta tramite una sua zia che passa da Roma e si stabilisce un cordiale rapporto epistolare che si conclude nel 1965 quando in occasione del mio matrimonio invia in dono una sua composizione organistica “da un amico dei tempi difficili”).
Ormai i tedeschi non sono più in paese ma è solo verso maggio che si compie la loro ritirata, con il passaggio attraverso l’Altipiano delle Rocche del grosso delle truppe; i paesani, temendo razzie e violenze, provvedono a nascondere donne, anziani, bambini e bestiame nel bosco a poca distanza dal paese, costruendo capanne di pietra, legno e frasche, dove trascorriamo solo una notte. Gli uomini rimangono invece in paese e, durante il passaggio dei militari, riescono a sottrarre loro alcuni animali razziati nei paesi che avevano attraversato prima di giungere a Rovere.
Dopo alcuni giorni arrivano i “liberatori”, due soldati americani a bordo di una jeep, che si fermano davanti alla pensione e uno di loro tenta di abbracciare la figlia dei coniugi Pietrantonio, ricevendone uno schiaffone: si giustifica dicendo, con forte accento americano: ”Rosina, sono tuo fratello”. Antonio, infatti, anni prima era emigrato negli USA con il figlio Paolo, che aveva lasciato in America quando era tornato in Italia. Paolo, divenuto cittadino USA e quindi arruolato, era riuscito a farsi assegnare al fronte italiano e a raggiungere il suo paese natale. Partiti definitivamente i tedeschi tutto il paese venne a congratularsi con noi per lo scampato pericolo, mostrando che fin dall’inizio avevano capito chi eravamo e perché ci nascondevamo, e che i nostri timori di una denuncia da parte di qualcuno era totalmente infondata: sono certo che erano consapevoli del rischio che correvano proteggendoci ed è anche questo il motivo della nostra profonda gratitudine per l’intero paese, al quale siamo rimasti fortemente legati. La guerra era finita, ma per tornare a Roma si dovete aspettare ancora un mese, prima di trovare ai primi di luglio un camioncino disposto a portarci finalmente a casa: il viaggio fu avventuroso perché i tedeschi in fuga avevano fatto saltare numerosi ponti costringendoci a lunghe deviazioni, un difficile rifornimento di benzina ci impose un pernottamento in un albergo di Tagliacozzo, un guasto ai freni ci bloccò per alcune ore alle porte di Roma, dove arrivammo “stanchi ma felici” nel pomeriggio: a casa stavano tutti bene e nei giorni seguenti ci fu un nutrito scambio di visite con i parenti per raccontarci le diverse esperienze di quel periodo.
Durante i dieci mesi trascorsi a Rovere Vito e Elena si sono preoccupati non solo della salvezza di Paolo, raccomandandogli di non dire a nessuno di essere ebreo e organizzando, in caso di estremo pericolo per le loro vite, il suo affidamento a Rosina che avrebbe dovuto, a guerra finita, consegnarlo a uno dei fratelli di Vito che viveva in Egitto, ma anche di assicurare a Paolo una vita in apparenza normale, come quella di una famiglia di villeggianti che facevano frequenti passeggiate nei boschi circostanti, anche sulla neve, minimizzando i pericoli di cui erano perfettamente consapevoli, e di fornirgli un’istruzione adeguata alla sua età (6 anni) improvvisandosi maestri elementari, Vito per le materie scientifiche, Elena per quelle umanistiche: il risultato fu che al termine della ”vacanza” Paolo aveva svolto quasi l’intero programma della scuola elementare, arrivando per la matematica alle equazioni di primo grado.
Nota di Redazione - si veda anche:
Paolo Camiz (a cura di), Un anno a Rovere (1943-1944), 12 gennaio 2018, Ginevra Bentivoglio EditoriA, ISBN-10 8899618631
A cura di Paolo Giorgini: tesi di laurea e integrazioni.
Negli anni '80, presso la Facoltà di Economia e Commercio dell'Università di Parma, presentai una tesi intitolata:"Ugo Rabbeno: una biografia", relatore il professor Marco Bianchini.
Ugo Rabbeno (Reggio Emilia 1863 - Coviolo (RE) 1897, era professore di economia politica, presso la facoltà di giurisprudenza dell'Università di Modena, stimato studioso della cooperazione. La tesi fu pubblicata a puntate sulla rivista L'Almanacco. Negli anni successivi continuai ad interessarmi della famiglia Rabbeno, raccogliendo un buon numero di notizie sul padre di Ugo, Aronne (Reggio Emilia 1825 - ivi 1909), patriota, avvocato, professore di economia forestale presso l'Università di Bologna, giornalista e uomo politico. Scrissi una bozza di biografia su Aronne Rabbeno e i suoi famigliari, ottenuta consultando documenti cartacei e microfilm, poi, per varie ragioni, alcuni decenni fa, depositai tutto in un cassetto. Probabilmente, la parte della bozza, sulla vita di Aronne Rabbeno, riguardante i suoi discendenti, anche se non particolarmente approfondita, potrebbe interessare i lettori della Pagina della Memoria. Di seguito si riportano i contenuti della bozza, riguardanti i discendenti di Aronne, con qualche notizia in più, rispetto all'originale e qualche correzione.
Con la morte di Aronne Rabbeno, la ricerca sarebbe terminata, ma nel corso degli anni, mi sono imbattuto in notizie riguardanti le opere di Rabbeno, citate dagli studiosi di varie discipline e, ad un certo punto, bandite dal fascismo, insieme a quelle di tanti altri autori di origine ebraica, e vari dati riguardanti i suoi congiunti. Personalmente non amo la storia del '900, per diversi motivi che non interessano certamente il lettore, per cui non ho assolutamente approfondito le notizie di seguito riportate, semplicemente ho pensato di segnalarle, per agevolare eventuali studiosi degli argomenti trattati.
Paolo Giorgini
foto di gruppo della famiglia Rabbeno, inizio '900, per gentile concessione della Fototeca della Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia
Estratto della Tesi di Laurea, e successive integrazioni
Nella Levi Mortera (1907- 2001) moglie di Edoardo Volterra (1904-1984) racconta le vicende occorse alla famiglia dal 1938 fino al momento della Liberazione. Il racconto da lei scritto subito dopo la guerra è stato
ritrovato nel 2000 dai famigliari quando Nella era ancora in vita, ma non più in grado di raccontare. La figlia Virginia Volterra e la nipote Cecilia Valli, che ha curato la ricerca iconografica e la veste grafica, hanno deciso di realizzare questo libretto per dare la possibilità di conoscere tali vicende ad un pubblico più vasto rispetto alla cerchia famigliare.
Per maggiori informazioni sulla famiglia Levi Mortera è possibile consultare il sito: http://www.levimortera.org/
A cura di Roberto Veneziani:
Roma, 15 maggio 2000
Nel bell’articolo che segue, scritto dalla Prof.ssa Cristina Bettin, il mio nome compare varie volte. Come mai? Per la semplice ragione che sono la secondogenita di Lucia Bedarida Servadio, la protagonista di questo scritto? Ma, non solo. La ragione più importante del mio contributo è che, nel seno della mia famiglia, sono l’unico membro della mia generazione ancora in vita. Ho seguito mia madre fino alla fine e, già adulta, ho potuto conoscerla nel suo intimo e ricevere da lei informazioni sulla sua vita, sulle storie della famiglia, documenti, e foto.
Avevo 11 anni quando le leggi razziali furono promulgate in Italia. Ero in vacanza con mio padre a Cogne (in Val d’Aosta) e durante una bella passeggiata nei boschi incontrammo, proprio per caso, degli amici dei genitori, ebrei torinesi. I “grandi” si misero a parlare della situazione politica, a cui non prestai grande attenzione, fino a che udii “i ragazzi non potranno più tornare a scuola”. Ricordo di aver sentito già allora un senso di esclusione dal mio mondo.
Quando lasciai l’Italia avevo 13 anni e quindi passai due anni traumatizzanti, a causa di non potere frequentare le scuole, della perdita dei compagni di scuola, e dell’assenza dei genitori , che andavano a Roma per visitare i vari consolati, alla ricerca di paesi dove emigrare, e poi a Tangeri per impiantare una sistemazione stabile per la famiglia.
Mi sentii molto ferita e esclusa allorchè la mia migliore amica, compagna di scuola e confidente, mi disse: ”La mamma non vuole che tu venga più a casa nostra.” Fu un vero dolore non poterla rivedere mai più! Ma, allo stesso tempo, degli amici dei miei genitori, i cui figli erano amici nostri, continuarono ad invitarci a casa loro dove andavo a giocare con una delle figliole. Durante l’estate passata a Pescara mia sorella maggiore fece amicizia con tutta una banda di giovani che l’invitavano a casa di uno o dell’altro per passare il pomeriggio a divertirsi, a ballare, a flirtare. Siccome i genitori non la lasciavano uscire sola, io dovevo farle da chaperon e fu infatti a Pescara, durante l’estate del 1940, dove imparai a ballare, attività che mi piacque alla follia. E passai un’estate divertente e spensierata.
L’idea di andare a vivere in un altro paese, di ritrovare i genitori, e di ritrovarci di nuovo tutti insieme era eccitante, ma accompagnata dal dolore dell’abbandono forzato della patria, della casa, dei parenti, degli amici, e del trapianto in un altro paese, dell’adattamento a un’altra cultura, ad altre lingue, a un’altra vita.
A Tangeri i genitori mi misero alla scuola italiana, con l’idea che il trauma sarebbe stato minimo, dato che l’insegnamento era identico a quello in Italia, la lingua la stessa, e avrei potuto ottenere la licenza liceale che mi avrebbe permesso di continuare gli studi universitari in Italia. Ma l’esperienza non fu cosi felice. Si, era una scuola italiana, ma era pure una scuola fascista. I compagni di classe, pur sempre gentili e corretti, erano convinti fascisti; lodavano la “magnificenza” del Duce, le grandi vittorie del fascismo sui campi di battaglia, quando io sapevo delle grandi sconfitte! Durante una delle adunate e feste sportive, a cui erano stati invitati alcuni diplomatici tedeschi, dovevamo cantare gl’inni fascisti e alcuni avevano frasi antisemite che incitavano a “cacciare gli ebrei”. Una mia compagna, ebrea marocchina ed io, rifiutammo di cantare e fummo convocate dal preside (e nostro professore di latino), persona per cui avevo molta stima e simpatia, il quale fece di tutto per mostrarsi comprensivo e nostro sostenitore e fini’ per convincerci di non cantare, ma di far finta.
Quando le leggi razziali scombussolarono la mia vita ero abbastanza grande per capire e per incidere nella mia memoria fatti, date, persone, posti , che ricordo ancor ora nei minimi dettagli. Ho potuto cosi schizzare un ritratto di mia madre per Cristina e contribuire in parte alla redazione di questo articolo. Sono quindi contenta e soddisfatta di poter collaborare, anche se minimamente, al progetto “Pagina della memoria” e a mantenere vivo il ricordo di mia madre, una donna un po’ “speciale e diversa”.
Mirella Bedarida Shapiro
Gennaio 2023
L’articolo è disponibile, in modalità open access, al link:
https://journals.sagepub.com/doi/full/10.1177/0014585818813313da citarsi: Bettin, C.* (2019). Voci della memoria: Un’ebrea italiana nel Novecento italiano. Forum Italicum, 53(1), 112–138. https://doi.org/10.1177/0014585818813313*Cristina Bettin, Phd, Ben Gurion University of the Negev, Presidente di AISSI, l’Associazione degli Accademici e Scienziati italiani in Israele.
Nota di redazione
La biografie e le vicende di persecuzione razziale di Lucia e Nino Vittorio Bedarida, genitori di Mirella, sono riportate nella pagina: "Bedarida, Lucia e Nino Vittorio: medici eminenti emigrati a Tangeri"
Foto 1 Mirella Shapiro (in abiti femminili) e la sorella in costume abruzzese. Rappresentazione scolastica (danze folcloristiche e canti in dialetto) a Vasto , 1935
Foto 3: Lucia Servadio Bedarida con le tre figlie, Paola, Mirella (con le trecce) e Adria, sulla spiaggia di Pescara poco prima di partire per Tangeri, ottobre 1940
Angelo Susani, di Giocondo e di Rachele Sabbadini, nato a Venezia il 4 giugno 1878, morto a Napoli il 6 marzo 1966 rimase da bambino orfano di padre in stato di dichiarata povertà e fu aiutato anche a studiare dalla Comunità Israelitica di Venezia. Avendo approfondito le materie religiose, gli fu proposto di continuare i suoi studi per poter diventare rabbino a Venezia, ma rifiutò, non giudicando che quella fosse la sua strada. Nonostante la sua passione per la matematica, incominciò la sua carriera insegnando francese, per cui, allora, era sufficiente avere un diploma. Contemporaneamente, avendo studiato musica, diresse una orchestra di studenti del liceo Sannazzaro di Napoli. Iniziò a insegnare matematica negli istituti tecnici, cominciando da Chivasso, Vittorio Veneto, Torino. Poiché all'epoca i professori venivano trasferiti non da scuola a scuola, ma da città a città, insegnò in Sardegna, a Cagliari, in Sicilia, a Trapani e Caserta, fino all'ultima sede, a Napoli, all'Istituto tecnico Mario Pagano, di cui poi divenne Preside.
Con la promulgazione delle leggi razziali, in data 20 settembre 1938, ricevette una lettera di congedo immediato in ottemperanza alla disposizione n 12825 del Provveditorato a partire dal giorno successivo, naturalmente senza compenso alcuno.
La riassunzione in servizio avvenne con lettera del Provveditorato in data 21 dicembre 1944; la guerra non era finita ma, con le Quattro Giornate, Napoli fin dal 1° ottobre 1943 era sotto gli americani e le forze alleate.
Negli anni difficili (1938 – 1946) insegnò matematica agli studenti ebrei cacciati dalle scuole pubbliche e provvedette alle ufficiature religiose nella Sinagoga di Napoli. Giocava a scacchi per corrispondenza, continuando a pubblicare su riviste di matematica.
Angelo Susani e Lydia Salmoni ebbero tre figlie, Noemi Regina Sofia, nata a Livorno il 4 giugno 1908, laureata in medicina, che dopo la pubblicazione delle leggi razziste riuscì a lasciare l'Italia imbarcandosi da Brindisi alla mezzanotte del 25 dicembre 1939 per raggiungere la Siria, in particolare Palmira, dove avrebbe lavorato come medico presso una missione di suore francesi. Mentre era in Siria conobbe Raymond Duru, architetto, archeologo francese, di origine svizzera, calvinista, vedovo con un figlio quattordicenne, molto noto, autore degli scavi di Quum El Amed, premiato e decorato con medaglia d'oro per i suoi lavori. Si sposarono, e il figlio Bernard, cresciuto con le nonne in Svizzera, li raggiunse. Dopo la Siria, passarono in Marocco, a Marrakesh, dove Noemi esercitò la professione di medico lavorando in ospedale. Quando il Marocco divenne indipendente, rientrarono in Francia, scegliendo Bordeaux per le offerte di lavoro a Raymond. Noemi non poté lavorare come medico in Francia, non essendo riconosciuta la sua laurea.
La seconda figlia, Marcella Regina, aveva studiato al conservatorio di Napoli, diplomandosi in violino; aveva incominciato a suonare con l'orchestra del teatro S. Carlo, da cui era stata allontanata per le leggi razziali, senza più riprendere.
La terza figlia, Margherita, nata a Livorno il 29 gennaio 1914, si era laureata in matematica a Napoli il 9 dicembre 1937, e aveva sposato il dott. Jacob Sacerdote, dipendente della Cassa di Risparmio di Torino, il 9 gennaio 1938, ed era partita per Torino in attesa di iniziare a lavorare. In particolare, era attesa all' Università dai suoi professori, ma le leggi dei primi di settembre del 1938 le impedirono di iniziare. Non essendo riusciti ad emigrare, si stabilirono a Napoli per una scelta contingente, iniziando, appena possibile, a insegnare matematica nelle scuole. Nel frattempo Jacob Sacerdote, dopo il periodo buio, era entrato nella amministrazione degli Ospedali Riuniti di Napoli, mentre nella Comunità Ebraica di Napoli, in cui aveva lavorato nella commissione di accoglienza dei profughi e degli esuli che tornavano dai campi di sterminio e si fermavano a Napoli in attesa di sapere dove andare ed in quale paese poter essere accolti, era stato eletto vice Presidente della Comunità, di cui continuava a essere Presidente Lamberto Foà, molto anziano, storico rappresentante della stessa. Morto il Presidente Foà, gli subentrò e rimase in carica fino alla sua morte prematura del 1968. In quegli anni scrisse moltissimi articoli su giornali di cultura, tenendo moltissimi discorsi in centri culturali e intervenendo ogni qualvolta qualche avvenimento politico lo richiedesse. Si ricordano i suoi interventi al Circolo culturale Antonio Tari di S. Maria Capua Vetere, al teatro Garibaldi, durante le celebrazioni del centenario della Comunità Ebraica di Napoli, in occasione di proteste contro eventi antisemiti.
La nipote di Margherita e Jacob, Noemi Di Segni, nata a Gerusalemme nel 1969, specialista in diritto comunitario delle professioni, dal luglio 2016 è presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.
Documento di congedo immediato dall’insegnamento, in ottemperanza alla disposizione n 12825 del Provveditorato, per motivi razziali
Documento di congedo immediato dall’insegnamento, in ottemperanza alla disposizione n 12825 del Provveditorato, per motivi razziali
Denunzie di appartenenza alla razza ebraica, compilate per Margherita, figlia del Prof. Susani, e suo marito Jacob Sacerdote
Disposizione di autodenunzia di appartenenza alla razza ebraica.
- Todesco, Giorgio: altre testimonianze
- Todesco, Giorgio: fisico sperimentale ai tempi del fascismo, raccontato dalla nipote Micol, ricercatrice dell'INGV
- Foà, Mirella: raccontata da Aldo Winkler, ricercatore dell'INGV
- Anticoli Fiorella: deportata a due anni. Figlia di Leone, dipendente dell’Istituto Nazionale di Geofisica



